Per chi ha ancora il coraggio di definire lo Stato sionista israeliano “l’unica democrazia del Medio Oriente”.
AHMAD KHALEFA: La voce repressa dei palestinesi del ’48
«Il processo va avanti, rischio da uno a cinque anni. E ho un altro procedimento in corso, quello per essere espulso dall’albo degli avvocati. Al momento posso lavorare ma c’è un’alta probabilità di tornare in prigione, forse per sei mesi o un anno: non voglio prendere casi che potrei dover abbandonare. Ora lavoro come freelance per associazioni legali e seguo i detenuti solo al momento dell’arresto. Mia moglie lavora, ma è difficile andare avanti con uno stipendio e mezzo. È come se la mia vita fosse sospesa, in un limbo».
Incontriamo Ahmad Khalefa a Roma, dove è venuto su invito di Amnesty International. Palestinese, cittadino israeliano, parte della leadership dello storico movimento politico Abdnaa El-Balad («Il nostro obiettivo è uno stato unico laico e democratico»), è membro del Comitato della protezione della terra a Wadi Ara, il cosiddetto “triangolo” a maggioranza araba da decenni sottoposto a marginalizzazione, confische e demolizioni. Da avvocato, difende i prigionieri politici palestinesi e segue i casi di discriminazione subita dai palestinesi cittadini israeliani. Khalefa è tra le centinaia di arrestati nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 con l’accusa di incitamento, una campagna di detenzioni di massa che ha tentato di silenziare la comunità palestinese dentro Israele.
Ci racconta l’arresto e le sue motivazioni ufficiali?
Dopo il bombardamento dell’ospedale battista a Gaza, il 19 ottobre 2023, a Umm el-Fahem abbiamo organizzato una manifestazione. Eravamo circa 200 persone, pacifiche. Abbiamo cantato gli slogan che cantiamo da sempre. Ho preso la parola per dire che eravamo al fianco della gente di Gaza e chiesto di alzare la voce contro la guerra. Sono stato arrestato, torturato e imprigionato per quattro mesi. Per altri otto sono stato espulso da Umm el-Fahem e mandato ad Haifa agli arresti domiciliari. Avevo un guardiano che mi controllava 24 ore su 24 e un braccialetto elettronico alla caviglia. Sono stato il primo arrestato nella storia di Israele con l’accusa di incitamento per uno slogan a una manifestazione. Poco tempo prima un ministro, Bezalel Smotrich, aveva incitato a bruciare il villaggio cisgiordano di Huwwara. E Huwwara è stato dato alle fiamme dai coloni. A lui non è successo niente, eppure lui è un ministro con un pubblico che lo ascolta, lo vota, lo segue. Noi palestinesi del ‘48 siamo stati arrestati per dei post sui social in cui scrivevamo «dio sia con voi» rivolto a Gaza.
In questi due anni dalle prigioni israeliane sono giunte storie terribili, di torture e abusi. Cosa ha vissuto?
Sono un avvocato che tutela i prigionieri politici palestinesi, mi sentivo parte di quel movimento e credevo di conoscere le loro condizioni. Ma non avrei mai immaginato di vedere quel che ho visto. Le torture sono iniziate subito dopo l’arresto: mi hanno preso a pugni in faccia, mi sono saliti addosso e mi hanno bloccato con un ginocchio mentre mi picchiavano. È andata avanti tutta la notte. Appena arrivato in carcere, a Megiddo, ho visto sette o otto palestinesi dentro una gabbia di ferro di due metri per due, nudi. Gli spruzzavano addosso il gas dei lacrimogeni. In prigione sentivo uomini adulti urlare e piangere, invocare la madre, per tutta la notte e tutte le notti. Ci picchiavano con le barre di ferro. Non ci permettevano di cambiarci: io ho indossato la stessa maglietta e gli stessi boxer per tre mesi fino a quando un compagno che è stato rilasciato mi ha lasciato i suoi. Ci davano un rotolo di carta igienica a settimana per tutta la cella, tra le 9 e le 16 persone, e uno o due asciugamani. Il cibo giornaliero consisteva in un uovo, un piccolo cucchiaio di formaggio e tre o quattro cucchiai di riso quasi crudo, a volte uno o due fette di pomodoro o di peperone. Eravamo tutti palestinesi, gli altri dalla Cisgiordania: la prigione è l’unico posto dove i palestinesi subiscono lo stesso trattamento, dove non veniamo “discriminati”. Io sono cittadino israeliano e ho sempre patito il mio privilegio, lo fanno per dividerci. In prigione invece siamo tutti uguali.
Nella sua prigione ci sono stati decessi.
Mentre ero dentro due prigionieri sono stati uccisi di botte, Abdul Rahman Mirie (33 anni, ndr) e Abdul Rahman al-Bahsh (23). Li hanno portati in isolamento e picchiati lì. Uno dei miei amici era in isolamento nella cella accanto a quella di a-Bahsh, ci era stato portato perché aveva sorriso. Ha sentito tutto, il tonfo delle botte, lui che piangeva, urlava e chiedeva un medico e loro che dicevano che lo avrebbero curato loro. A un certo punto le urla si sono interrotte, solo silenzio, ed è lì che ha capito che era morto.
L’ultimo mese lo ha trascorso in un altro carcere. Perché è stato trasferito?
L’8 dicembre i miei avvocati sono riusciti a portarmi davanti a una giudice. Non è più successo dopo il 7 ottobre, nessun prigioniero può partecipare alle sue udienze. In aula ho raccontato quello che facevano a me e agli altri. Le persone in aula piangevano e per la prima volta i giornali israeliani ne hanno scritto. La giudice ha chiesto di poter visitare la prigione, quando è venuta mi hanno spostato in un’altra sezione e poi trasferito in un’altra prigione, Gilboa. È peggio di Megiddo ma per lo meno ci davano un cucchiaino di marmellata: era la prima volta che assaggiavo qualcosa di dolce dopo tre mesi, è stato incredibile. Lì, alla fine di gennaio, mentre ci passavano il cibo, un po’ di riso è caduto e un altro prigioniero ha gettato un po’ d’acqua a terra per pulire. Ci hanno punito tutti: hanno invaso la cella, ci hanno gettato a terra, ci hanno legato mani e piedi e ci hanno portato in cortile, al freddo per un’ora. Hanno fatto lo stesso per 12 giorni di seguito.
Gli arresti di massa sono uno degli esempi di discriminazione su base razziale interna a Israele. Si parla sempre più di frequente di sistema di apartheid.
Intellettuali e analisti dibattono se si tratti di apartheid, un dibattito che non capisco: io penso che ci sia un’occupazione che pratica l’apartheid. L’apartheid è il meccanismo, non il regime. E opera su un triangolo, Cisgiordania, Gaza e noi nel ‘48. Prima della Nakba i palestinesi erano proprietari del 95% delle terre, oggi solo del 3% eppure siamo il 21% della popolazione israeliana. Dal 1948 a oggi non è sorta nessuna nuova comunità palestinese, ma sono stati fondati centinaia di insediamenti, kibbutz, città israeliani. Ogni comunità al mondo crea nuove cittadine o amplia quelle esistenti. Qui no. Umm al-Fahem che era grande 140mila dunam prima del ‘48, ora ne possiede appena 26mila, il resto è stato confiscato. Non confiscano mai per costruire una stazione della metro o dei treni a nostro vantaggio, ma per allargare i servizi delle comunità ebraiche vicine alla nostra. A Wadi Ara nell’ultimo decennio hanno fondato una nuova città, Harish, confiscando le nostre terre. A noi non danno permessi per costruire su quel poco che rimane delle nostre terre e, se costruiamo, demoliscono: sono 8mila le case a rischio demolizione. L’idea di base del movimento sionista non è cambiata in questi 80 anni.
Si può parlare di colonizzazione anche dentro lo stesso stato di Israele?
Se combini i tre elementi, confische, divieto di ampliare la comunità e divieto di costruire nuove case…È la stessa storia in luoghi diversi, dal ‘48 a Gaza alla Cisgiordania. Stesso obiettivo: massimizzare la popolazione palestinese in spazi sempre più piccoli. È colonizzazione, dentro il loro stesso stato, non solo apartheid. Sei un cittadino, puoi votare ma sei comunque considerato una minaccia per lo stato, un cittadino di terza classe a cui applicare leggi che ai cittadini ebrei israeliani non si applicano. Ci impediscono di vivere dove vogliamo, ad esempio nelle oltre mille cittadine ebraiche che vietano per statuto e legge l’ingresso agli arabi. Siamo chiusi in ghetti, uno sopra l’altro. Le conseguenze sono ovvie: povertà, disoccupazione e criminalità, in crescita preoccupante, soprattutto quella organizzata. Anche questa è un effetto voluto, una forma di divide et impera. Alla fine Israele, che si definisce uno stato ebraico democratico, lo ha ammesso: ha approvato la legge dello stato-nazione con cui si proclama uno stato per soli ebrei. Non è democrazia, è supremazia.
Lei è parte di un movimento volto allo stato unico. Oggi una simile idea è più lontana?
Oggi, a mio avviso, è più vicina. Abbiamo già uno stato unico e nonostante tutto qui vivono 6.5 milioni di palestinesi e 6.5 milioni di ebrei. Si parla troppo in termini di chi ha vinto e chi ha perso e da tempo si è dimenticato di parlare di cosa è giusto e cosa sbagliato. Ciò che è giusto è che noi dobbiamo avere i nostri diritti. Invece che combattere per il 20% della terra, dobbiamo lottare per avere uguali diritti. La sinistra dovrebbe combattere per una sola umanità, qui invece combattiamo per dividere ciò che è già diviso. Purtroppo da Oslo in poi l’Olp e poi l’Autorità nazionale palestinese nei Territori hanno convinto le persone che i due stati sono l’unica soluzione possibile. L’hanno descritta come un successo, come la liberazione, quando di fatto hanno accettato meno diritti sul 20% di una terra divisa e controllata da altri. In prigione le guardie sono l’1%, i prigionieri il 99% ma è quella sola guardia che decide cosa mangi, quando vai in cortile, quando dormi. Questo è il “sogno” che vogliono venderci.