“From the river to the sea, Palestine will be free”

“From the river to the sea, Palestine will be free”.

“Dal fiume (Giordano) fino al mare (Mediterraneo), la Palestina sarà libera”.

Questo slogan diffusosi nelle piazze di tutto il mondo in lotta contro il genocidio del popolo palestinese è stato attaccato a più riprese da intellettuali e politici prezzolati che lo hanno definito ANTISEMITA in quanto che insinuerebbe la volontà di cancellazione dello Stato d’Israele.

Tralasciamo il semplice dato di fatto – noto anche a chi possiede basilari rudimenti di storia antica – che all’etnia/cultura definita come SEMITA appartengono anche gli arabi palestinesi oltre che gli ebrei.

Dal fiume Giordano fino al mare Mediterraneo significa che l’intero territorio della Palestina storica dovrà essere liberato da qualsiasi forma di colonialismo, di supremazia, di apartheid, di sopraffazione e sfruttamento di un popolo su un altro, oggi incarnati dal sionismo. Solo così ci sarà la possibilità di una convivenza pacifica ed egualitaria fra il popolo ebraico e quello palestinese. Non significa cancellazione di un popolo, ma lotta e sradicamento di un’ideologia, il sionismo, che prevede, programma e agisce tutto questo.

La lotta antisionista non prevede l’eliminazione degli ebrei così come la lotta antifascista non prevede l’eliminazione degli italiani.

Il senso più limpido e profondo dello slogan secondo noi emerge con chiarezza da alcuni stralci di un’ intervista al teorico politico palestinese Bashir Bashir, della Open University of Israel, e allo storico israeliano dell’Olocausto Amos Goldberg, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, che ha definito “genocidio” quello perpetrato dallo Stato d’Israele.

Ecco alcuni passaggi:”Per troppo tempo la questione palestinese è stata ridotta a un problema da risolvere con ingegnerie geopolitiche, confini variabili, scambi di terre e soluzioni temporanee camuffate da processi e accordi di pace. Tutto questo ha sistematicamente fallito perché, tra le altre cose, ha eluso la dimensione reale del problema: ci sono due collettività nazionali che condividono la stessa terra, ma lo fanno in condizioni di radicale asimmetria, assumendo generalmente la forma di un apartheid israeliano che promuove la supremazia ebraico-israeliana e la segregazione.Il binazionalismo egualitario [uno Stato due popoli n.d.r.], che noi proponiamo nel nostro progetto condiviso, parte dal fatto che l’intera area compresa tra il fiume Giordano e il Mediterraneo costituisce oggi un unico spazio politico condiviso da due collettività: quella ebraica israeliana, che ne detiene la totale sovranità e definisce lo spazio politico e giuridico; e quella araba palestinese, sottoposta a frammentazione territoriale, espropriazione e violenza coloniale. La nostra prospettiva è binazionale perché riconosce e promuove l’esistenza di due gruppi nazionali con pari diritti all’autodeterminazione.Ciò significa che non può esserci una soluzione che preservi la supremazia di un gruppo sull’altro e che continui a trattare una delle due collettività come un problema demografico da contenere, espellere o eliminare. Il cuore del nostro progetto è l’uguaglianza politica e sostanziale: la redistribuzione del potere politico, l’abbattimento dei dispositivi di discriminazione, l’accesso equo alle risorse, il riconoscimento reciproco come collettività legittima e diritti simmetrici individuali e collettivi, inclusa l’autodeterminazione, per entrambi i popoli sulla terra che condividono.In questo senso, il binazionalismo egualitario impone anche un processo di decolonizzazione: una lettura che tenga conto del colonialismo di insediamento, dell’espulsione e dello sradicamento dei palestinesi nel 1948 e delle loro conseguenze visibili ancora oggi, fino al genocidio a Gaza. Il binazionalismo egualitario non è una soluzione politica; è un principio etico che dovrebbe guidare qualsiasi soluzione politica e processo di riconciliazione storica in Palestina/Israele, e dovrebbe porre al centro proprio le memorie dell’Olocausto e della Nakba e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.”Vi invitiamo al confronto e ad esprimere le vostre critiche

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