Il 1 giugno scorso 4 braccianti afghani e pakistani tra i 19 e i 29 anni sono stati bruciati vivi in un minivan in Calabria. La loro “colpa”: essersi ribellati per avere un contratto dignitoso e non dover dormire stipati come sardine in 10 in due stanze.
Raccoglievano fragole, costretti a spaccarsi la schiena per intere giornate in cambio di paga misera o persino del solo cibo, subendo continui ricatti.
Gli schiavi lavorano, i caporali (grandi e piccoli, italiani mafiosi o stranieri) bastonano e uccidono, i padroni (proprietari terrieri, padroni della grande produzione e distribuzione alimentare, banchieri) ammucchiano grassi profitti.
E lo stato dov’è?
Dalla stessa parte del Primo Maggio 1947, Strage dei braccianti a Portella della Ginestra (In Sicilia).
Infatti anche oggi è tutto noto a tutti:
carabinieri, polizia, magistrati, sindaci, regione, parlamento, governo, vertici dello stato. Lo ammette “la Repubblica”:
«La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell’ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia. Un caporalato che parla urdu e punjabi, ma che in realtà resta profondamente italiano, perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi”.
La stima è questa: “il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l’anno”, fondato sull’”asse di ferro tra ‘ndrangheta e caporali: chi si ribella qui, muore”. Altre stime meno restrittive (Eurispes, ad es.) arrivano a 25,2 miliardi di euro.
l’Istat certifica 117.000 lavoratori in nero nella Calabria, in larga misura in agricoltura. In Italia sono almeno 200.000 i braccianti costretti a lavorare nei campi in condizioni brutali, anche attraverso il ricatto del permesso di soggiorno. Ma non è necessariamente diversa la sorte per quelli che il permesso di soggiorno ce l’hanno, come i 4 bruciati vivi ad Amendolara.
✊🏿 Noi non dimenticheremo questi nostri fratelli di lotta: il
pachistano Waseem Khan, di 29 anni e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28 anni), Ullah Ismat Qiemi (19 anni) e Safi Iayjad (27 anni).
Sono un grande esempio di umanità in lotta per una vita degna.
🫱🏿🫲🏾Il massimo riconoscimento che possiamo renderli è continuare a non dimenticarli, continuare a lottare e impegnarci per un fronte di chi sta in basso che affratelli i lavoratori italiani e quelli migranti contro lo sfruttamento dei milionari e dei loro leccapiedi.