RISPOSTA A DE GREGORI SULL’IMPEGNO DELL’ARTISTA

RISPOSTA A DE GREGORI SULL’IMPEGNO DELL’ARTISTA

A fine maggio in un’intervista così si è espresso il cantautore italiano De Gregori:

“Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente “.

“Non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele. Non do lezioni, visto che anche io ho le idee confuse. Per citare Whitman ‘contengo moltitudini’, il mio pensiero non è totalitario e non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo. Che titoli ha per farlo?”.

“C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, ma è un ruolo che non mi sento di condividere. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele.”

Caro De Gregori, quando uno dice che cosa pensa non sta dando lezioni a nessuno, non sta mostrando la sua superiorità, sta soltanto dicendo onestamente ciò che pensa, assumendosi le responsabilità di una scelta. La scelta è la forma in cui si esprime la nostra maniera di vivere, di definire e praticare giudicando responsabilmente ciò che per noi è male, ciò che per noi è bene.

👉 Una scelta che fece Beethoven quando furioso strappò il frontespizio della partitura della Sinfonia n.3 dedicata a Napoleone non appena il generale si proclamò imperatore, tradendo gli ideali rivoluzionari di “libertà, uguaglianza e fratellanza.”

👉 Una scelta che fece Maurizio Pollini, uno dei più grandi pianisti del ‘900, quando tentò di leggere un proclama contro la guerra in Vietnam nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano il 19 dicembre 1972. Il foglio era firmato anche da altri celebri musicisti come Claudio Abbado, Luigi Nono e il Quartetto Italiano. Non appena pronunciò la parola “Vietnam”, la borghesia milanese presente in platea esplose in un coro di fischi, urla e insulti, al grido di “Vogliamo la musica, non la politica!”.

Ecco una scelta che oggi fa De Gregori: farsi erede di questo grido.
Maurizio Pollini allora lasciò il palco rifiutandosi di suonare e il concerto venne definitivamente annullato, emulando il gesto di quel grande pianista afroamericano che si rifiutò di suonare in un locale chic nel Sud degli Stati Uniti per protestare contro la segregazione razziale e l’uccisione di un pianista nero qualche anno prima.

👉 Una scelta che fece Šostakovič componendo la Sinfonia n. 7 “Leningrado” (1941-1942) durante il sanguinoso assedio nazista della città.  L’opera fu concepita da Šostakovič non solo come testimonianza, ma come un vero atto di guerra e di resistenza culturale. Durante l’esecuzione del 9 agosto 1942 da parte dell’orchestra stremata dall’assedio nella Leningrado ridotta alla fame, vennero piazzati altoparlanti rivolti verso le linee nemiche affinché i soldati tedeschi capissero che la città era ancora spiritualmente viva. La musica della Leningrado eseguita sotto le bombe non fu “evasione”, ma un atto materiale della resistenza di un popolo.

Ci sarebbero tanti altri esempi, da Hendrix e Roger Water, a Picasso, Claudio Abbado e Luigi Nono.

⚠️ Di fronte a un genocidio in corso sotto i nostri occhi non prendere posizione è complicità con l’orrore. I dati e le storie sono alla portata di tutte e tutti, facilmente interpretabili con un minimo di raziocinio senza andare in “confusione”.

🔻 Caro De Gregori, anche non prendendo posizione assumi una posizione, perché parli, agisci, scrivi, suoni sempre in una società, in un sistema mediatico e dello spettacolo storicamente determinati.

✊🏿 Un grande pensatore ebreo antisionista, Walter Benjamin, diceva che la sensibilità del pubblico è costantemente manipolata e anestetizzata dalle industrie culturali e che l’artista, in quanto produttore ha il dovere morale di usare i suoi mezzi di produzione (palcoscenico, microfono, matita, strumento musicale) per svegliare la coscienza critica e contribuire alla trasformazione di una società ingiusta.  Fare bene le canzoni non basta più se le canzoni servono solo a decorare il salotto della nostra indifferenza.

✊🏿 Oggi un’artista che prende posizione non declama solo un proclama, ma può contribuire all’ampliamento, alla diffusione e all’accelerazione della lotta per spezzare le collaborazioni che contribuiscono materialmente, anche sul nostro territorio, a perpetrare il genocidio del popolo palestinese.

👉 E come diceva B.Brecht: “Ci dicono: non mescolate la politica con l’arte. […] Ma se la politica penetra ovunque, se condiziona la nostra vita, come può l’arte ignorarla? Chi tace di fronte all’ingiustizia, collabora con essa.”

🔻 De Gregori ti lasciamo citando l’esperienza di un grande musicista dei nostri tempi, il maestro di musica Ahmed Muin Abu Amsha, palestinese di Gaza, che sotto le tende, tra il frastuono delle bombe guidate dall’intelligenza artificiale, dei droni, dei cecchini e dei demolitori insiste a fare musica con le sue ragazze e i suoi ragazzi vessati dalla fame programmata, dalla mancanza di medicine e strutture sanitarie, dalla perdita dei genitori. Si chiama resistenza, sumud in arabo. Dal coraggio indomito di questo popolo abbiamo molto da imparare.

CONTROCULTURA: SPAZIO APERTO BE.BRECHT – TRENTO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *